Mosca. 16 anni fa moriva Anna Politkovskaja, giornalista e attivista diritti umani contro il “tiranno Putin”

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AgenPress – “Esattamente quattordici anni fa moriva Anna Politkovskaja. Vogliamo ricordarla con le parole di Marco Pannella pronunciate in un suo intervento al Parlamento europeo l’11 ottobre 2006, appena tornato dal funerale di Anna a Mosca. Marco fu l’unico leader europeo a partecipare al funerale”.

E’ il ricordo che ne fa il Partito Radicale, con le parole di Marco Pannella.

«Signor Presidente, onorevoli colleghi, meno di 24 ore fa ero a Mosca e per un istante stavo per indossare la fascia di deputato europeo mentre ero in mezzo alle migliaia di persone che rendevano l’estremo omaggio ad Anna Politkovskaja. Poi ho pensato che sarebbe stata un’offesa per gli occhi di quella donna, che pure non potevano vedermi, vedere inalberato il nostro emblema.

La giornalista Anna Politkovskaja ci ha raccontato quello che non avete voluto sentire né vedere. Alla pagina 6 di Le Monde di oggi, si legge di persone arrestate a Mosca perché dicono: “Georgiani, siamo con voi”! Georgiani, non ceceni. E i simboli indossati dagli arrestati appartengono al Partito radicale transnazionale. Noi, come radicali e liberali, abbiamo portato in questo Parlamento i membri del governo ceceno in esilio, che venivano ad annunciare la loro scelta nonviolenta. Non se ne è fatto nulla. Signor Presidente, mi conceda di formulare un invito: non chiamiamo più i nostri edifici “Schuman” o “Adenauer”, chiamiamoli “Daladier” e “Ollenhauer”! Togliamo questi nomi che non abbiamo il diritto di usare!»

il ricordo di Riccardo Noury (Amnesty International).

Anna è stata una giornalista e insieme un’attivista per i diritti umani o, ancora meglio, una difensora dei diritti umani. Non c’era nessuna “giusta distanza” per lei, o più semplicemente non c’era una “distanza”. Era “insieme” a ciò di cui scriveva, con una empatia, una solidarietà e una compassione forse senza precedenti. Anna ha interpretato al meglio il senso e il fine del giornalismo. Per citare Robert Fisk, un altro gigante, “il giornalismo è dare voce a chi non ha voce”. La voce di Anna faceva rumore, si opponeva al silenzio che è la colonna sonora dei regimi autoritari. Per questo motivo, esattamente per questo motivo, il 7 ottobre 2006 le è stata tolta la voce.

“L’unico dovere di un giornalista è scrivere quello che vede”. Una frase semplice e dura come una pietra, una lezione che non ti può insegnare davvero nessuna scuola di giornalismo, la devi sentire dentro nelle viscere e crederci a costo della vita o semplicemente delle condizioni di vita: “Bisogna essere disposti a sopportare molto, anche in termini di difficoltà economica, per amore della libertà”.

L’hanno assassinata nell’ascensore del suo palazzo a Mosca, Anna Stepanova Politkovskaja. Era il 7 ottobre del 2006, lo stesso giorno del compleanno di Putin.

“Ho visto centinaia di persone che hanno subito torture. Alcune sono state seviziate in modo così perverso che mi riesce difficile credere che i torturatori siano persone che hanno frequentato il mio stesso tipo di scuola e letto i miei stessi libri.” Anna fu la voce delle strazianti barbarie perpetrate in Cecenia, nel corso del blitz al Teatro Dubrovka di Mosca, nella scuola di Beslan, in Ossezia. Gli abitanti di quelle zone erano sottoposti da Putin a massacri, con il consenso dei leader locali corrotti, e questa non è dietrologia, ma storia provata.

Con  l’ascesa di un leader tiranno: sì, proprio lui, Vladimir Putin, ex capo del servizio segreto russo, le speranze per una Russia migliore sparirono: “Con il presidente Putin non riusciremo a dare forma alla nostra democrazia, torneremo solo al passato. Non sono ottimista in questo senso e quindi il mio libro è pessimista. Non ho più speranza nella mia anima. Solo un cambio di leadership potrebbe consentirmi di sperare”.

 

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