Palermo. Bruciò viva la fidanzata 17enne assistendo alla sua agonia e morte, condannato all’ergastolo

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AgenPress – La corte d’Assise di Palermo ha condannato all’ergastolo per omicidio Pietro Morreale, 21 anni, di Caccamo. È accusato di aver assassinato la fidanzata 17enne  Roberta Siragusa, nel gennaio 2020. Pietro avrebbe litigato con la vittima durante una cena.

Secondo l’accusa, Pietro, che non si rassegnava alla volontà della ragazza di lasciarlo, avrebbe litigato con la vittima durante una cena con amici. La coppia si sarebbe allontanata in auto e avrebbe raggiunto la zona del campo sportivo. Il ragazzo avrebbe colpito con un sasso Roberta tramortendola, poi le avrebbe dato fuoco con della benzina che aveva in auto e l’avrebbe guardata per alcuni minuti bruciare. Avrebbe poi caricato il corpo in auto e l’avrebbe buttato in un fosso.

Contro l’imputato, non presente alla lettura del verdetto, decine di indizi: dai 33 episodi violenti commessi contro la vittima nei mesi della loro relazione, a un video che riprese il cadavere bruciare e l’auto di Pietro a poca distanza, alle chiavi e al sangue di Roberta trovate vicino al campo sportivo, dove il corpo fu dato alle fiamme, alle macchie di sangue scoperte nella macchina.

L’agonia di Roberta Siragusa è stata ripresa da una videocamera di sicurezza e ha raccontato la tragica fine della giovane, divorata viva dalle fiamme per 5 minuti. Pietro avrebbe assistito alla scena in macchina, poi avrebbe caricato il corpo e l’avrebbe buttato in una scarpata nella campagne di Caccamo. Secondo i pm, la coppia, che aveva avuto una lite durante una cena con amici, si sarebbe appartata vicino al campetto da calcio, lì Pietro, che non si rassegnava al fatto che la ragazza volesse lasciarlo, l’avrebbe colpita con un sasso, le avrebbe gettato addosso del liquido infiammabile che teneva in auto e l’avrebbe arsa viva.

Poi avrebbe caricato i resti e se ne sarebbe disfatto buttandoli in una scarpata. Il giorno dopo fu lui ad andare dai carabinieri raccontando una storia incredibile: Roberta, dopo la lite, si sarebbe data fuoco e sarebbe caduta nel dirupo. Una versione che, oltre a essere poco verosimile, contrasta col fatto che l’imputato la notte del delitto, dopo aver ricevuto la telefonata dei genitori di Roberta, allarmati perché la figlia non era rientrata, aveva mandato al cellulare della vittima messaggi fingendo di non sapere dove fosse andata e dicendosi preoccupato.

La Corte d’assise ha poi dichiarato l’imputato interdetto in perpetuo dai pubblici uffici e in stato di interdizione legale per la durata della pena. La corte ha condannato il giovane al risarcimento del danno nei confronti della madre Iana Brancato per 225mila euro, al padre Filippo Siragusa, per 229mila euro e al fratello Dario, per 209mila euro e della nonna Maria Barone per 117mila euro. Pietro Morreale dovrà risarcire il Comune di Caccamo con una provvisionale esecutiva di 15mila euro. Respinte le richieste di risarcimento da parte di alcune associazioni che si battono contro la violenza sulle donne.

 

 

 

I legali della famiglia della vittima, Simona La Verde, Sergio Burgio, Giovanni Castronovo e Giuseppe Canzone, hanno chiesto alla corte di trasmettere gli atti per eventuali ipotesi di falsa testimonianza nei confronti di diversi testi: secondo i penalisti alcune deposizioni sarebbero contraddittorie e nasconderebbero complicità nel delitto. Pietro Morreale, dicono, non agì da solo.

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