Arrigo Sacchi: “Ecco chi è più forte tra Kvara e Leao. Il Napoli per ora è il collettivo migliore d’Italia”

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AgenPress. Arrigo Sacchi è intervenuto ai microfoni di Rai Radio2 nel corso del format “I Lunatici”, condotto da Roberto Arduini e Andrea Di Ciancio, in diretta dal lunedì al venerdì notte dalla mezzanotte alle quattro, live anche su Rai 2 tra l’una e un quarto e le due e trenta circa.

L’ex tecnico del Milan e della Nazionale ha raccontato: “Come sto? Mentalmente bene, fisicamente un po’ meno, ho avuto un incidente un mese e mezzo fa ed ho una spalla che mi duole. Spero in via di guarigione. Il calcio moderno? Si gioca troppo, ma lo si fa perché quasi tutti i club sono in rosso. Questo peggiora la qualità del gioco e aumenta gli incidenti. Il calcio italiano in tutto questo ha puntato molto sui soldi e poco sulle idee. In più, purtroppo, la nostra storia, la nostra cultura, non aiutano il calcio. Il calcio è lo specchio della storia e della cultura di un Paese. La nostra storia dopo gli antichi romani è sempre stata non brillantissima. Interpretiamo il calcio come un gioco individuale e difensivo. Padri fondatori lo avevano pensato come un gioco di squadra e offensivo. Le parole di Cassano sul Napoli di Maradona? Non è possibile vincere da soli. Lui è stato un grandissimo giocatore. Ma io dopo tre anni che ero al Milan dissi che Colombo in tre anni aveva vinto più di Maradona in sei anni al Napoli. Per vincere serve il supporto del club. Il club viene prima della squadra. E la squadra viene prima di ogni singolo. Uno per uno fa sempre e solo uno. Uno per dieci fa dieci. Se il Milan di Berlusconi provò mai a prendere Maradona? Io non volevo giocatori già affermati. Gli anni in cui ci sono stato io facevo spendere pochi soldi”.

Sacchi è un fiume in piena: “Tante squadre in Serie A sono indebitate. Noi l’ultima volta che siamo andati all’attacco con successo è stato con i romani, 2000 anni fa. Il calcio è lo specchio della società. Facciamo poco che vada oltre il nostro modo di pensare. Pensiamo che le conoscenze valgano più della conoscenza. Che le emozioni, la bellezza, non siano elementi importanti. Che la cultura e le innovazioni non siano da perseguire. Cerchiamo di vincere come viviamo. Siamo fortissimi nei tatticismi, debolissimi nella strategia. Siamo ignoranti, questa è la realtà. Abbiamo paura del futuro. Cerchiamo di fare e dire le stesse cose che facevamo negli anni ’60 e ’70. Ma che roba è? Per questo a livello internazionale vinciamo pochissimo. Io ho fatto cose semplicissime nel calcio, ma fare le cose semplici in questo Paese è già rivoluzionario. Ho pensato che è meglio essere ottimisti che pessimisti. Che prendere le scorciatoie non andasse bene. Oggi addirittura c’è chi dice che per fare gli allenatori bisogna aver giocato in Serie A o in Serie B. Allora io non avrei potuto allenare, Sarri non potrebbe allenare oggi. Quando le regole non sono uguali per tutti vuol dire che ci sono i privilegi. Ma se un dentista o un avvocato ha una passione per il calcio, perché non può diventare allenatore?”.

Sul Napoli di oggi: “Prima di tutto per avere successo conta il club, con la sua storia, le sue visioni, la sua competenza e il suo stile. Il Napoli oggi è il collettivo migliore. Durerà? Non lo so. C’è il pericolo della precarietà della vittoria”.

Chi prenderebbe tra Kvara o Leao: “Chi è più forte tra i due? Dipende da come giocano le due squadre. Noi come allenatori, la stampa, le televisioni, non abbiamo ancora neanche definito che cosa sia il calcio per noi italiani. In Spagna il calcio è uno spettacolo sportivo. Senza bellezza, merito ed emozioni puoi vincere una partita, ma non ti applaudono. Allenavo l’Atletico Madrid, battemmo la prima in classifica in 9 contro 11, giocando male. La vittoria non fu apprezzata. In Italia invece sarebbe stata considerata una impresa leggendaria”.

Sul pallone d’oro a Benzema: “E’ stato uno dei grandi protagonisti dell’annata. Ed è stato grande il Real Madrid a vincere inaspettatamente la Champions”.

Sul periodo al Milan: “Quando arrivai a Milano guardavo che anche le persone anziane camminavano velocemente. Pensai ‘questi il pressing ce l’hanno già nel DNA, basta insegnarglielo’. Presi Ancellotti dopo che il nostro medico appurò che aveva il 20 percento del ginocchio sinistro che non funzionava bene. Dissi a Berlusconi che se me lo avesse preso avremmo vinto il campionato. E così fu. Eravamo un gruppo di persone mature, non c’erano individualismi, gelosie”.

Sul ‘cul de sac’: “Se mi dava fastidio quando dicevano che ero fortunato?  Non mi dava fastidio. Capivo che l’invidia è una brutta cosa. Comunque, se devo essere sfortunato è meglio essere fortunato. La fortuna non esiste. Esiste l’opportunità che arriva alla persona preparata. Sono arrivato al Milan perché l’ho incontrato tre volte vincendo due volte a San Siro consecutivamente. Io ho vinto il campionato con il Parma, dalla C sono andato in B. Sorteggio di Coppa Italia, si va a Milano  col Milan che presenta cinque acquisti, tutti nazionali, e vinciamo 1 a 0. E’ fortuna questa? Viene Berlusconi e mi dice che mi avrebbe seguito. Più avanti nel torneo abbiamo affrontato di nuovo il Milan a San Siro. Siamo andati a Milano e abbiamo vinto ancora. Il giorno dopo mi ha chiamato il Milan e mi hanno invitato ad Arcore. Parlammo fino alle 2, io il venerdì successivo mi sarei dovuto incontrare con la Fiorentina, io dissi che non avrei rimandato questo impegno, avrei fatto una brutta figura. Berlusconi insistette, ma io non me la sentivo di tradire la parola data alla Fiorentina. Pensavo fosse finita lì la cosa. La sera quando sono tornato dagli allenamenti mi aveva richiamato il Milan, per farmi firmare la sera successiva. Firmai un contratto in bianco. Dissi a loro di mettere la cifra. E quel birbante di Galliani mi mise meno di quanto prendevo al Parma”.

 

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